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Cinema

C’eravamo tanto amati, tra ricordi e rimpianti

Con C’eravamo tanto amati, realizzato nel 1974, Ettore Scola parla di amori e amicizie rivissuti, qui, attraverso gli occhi della protagonista

Vittorio Gassman e Stefania Sandrelli

Antonio, Gianni e Nicola. I tre uomini della mia vita. Li ho amati tutti, in modo diverso. Antonio è stato mio marito finché è durato; Gianni è stato il mio uomo finché ha voluto, Nicola finché è spuntato il sole.

Antonio mi diceva sempre “Vedi Lucianì, quando si rischia la vita con qualcuno resti sempre attaccato a quelle persone come se il momento non fosse mai passato e quelle persone ti dovessero ancora salvà, perché il pericolo è rimasto sempre immantinente.” Sono stati loro a salvarmi, e continuano a farlo ogni giorno. Ho parecchi ricordi in bianco e nero. È come se un intero periodo della mia vita fosse in bianco e nero. È lì che conobbi Antonio, il mio principe in bianco. È lì che conobbi Gianni, il mio principe in nero. È lì che conobbi Nicola, il mio principe grigio.

Ero solo una ragazzina quando conobbi Antonio al San Camillo, non ricordo nemmeno come ci ero finita, forse era l’unico modo per avere un tetto e un pasto caldo. E poi mi piaceva stare lì, le suore erano molto gentili, mi volevano bene. Gli unici sorrisi di quel periodo sono legati ad Antonio. Quell’uomo dolce, gentile, quell’uomo giusto, pieno di passione, sapeva farmi ridere come nessun altro. Aveva fatto la guerra, ma era finito a fare il portantino perché, come diceva sempre, “ nel 1947 De Gasperi ottenuti dagli Stati Uniti un prestito di cento milioni di dollari casualmente cacciò dal governo comunisti e socialisti. In seguito a ciò i portantini democristiani protetti dalle monache furono promossi infermieri, e io invece, dato che avevo un diverso credo politico, rimasi semplice ausiliario”.

Ricordo che mi domandò: “Signorina, dieta libera o cardiaca?”. Non lo sapevo, non sapevo niente di niente. Sapevo solo di aver avuto un giramennto di testa e di esser svenuta per la strada. La signora accanto a me voleva i cannolicchi e lui propose di dargliene uno perché aveva un dente solo. Era bravo, parlava bene, sembrava un dottore.

Gli raccontavo delle mie piccole esperienze di teatro. “Lei va spesso?” gli chiesi. “Beh spesso… più che altro, mai” rispose lui. Io a quel tempo pur di andare a teatro preferivo non mangiare, entravo con la claque. Ricordo di aver costretto Antonio, poverino, a sorbirsi per intero una interminabile commedia di O’neil e lui proprio non riusciva a capire la convenzione per la quale gli attori esternavano i propri sentimenti non sentiti dagli altri interpreti. Eppure era così facile… ricordo che facemmo un gioco, scimmiottando i personaggi della commedia; fu così che mi disse che si era innamorato di me.

Una scena tratta da C'eravamo tanto amati
Una scena tratta da C’eravamo tanto amati

Ricordo che eravamo al “Re della mezza porzione” quando mi presentò Gianni. Parlava spesso del periodo in cui erano in montagna, di lui e di Nicola, ma più spesso di lui. “Saranno i Gianni Perego che cambieranno questa società in una società più giusta” ripeteva sempre. Fu mentre perdevano al gioco dei tre santini che mi accorsi di essere irrimediabilmente innamorata di Gianni, proprio come succede a teatro nelle commedie amorose. Leggevo nei suoi occhi che anche per lui era lo stesso: avrebbe prevalso l’amicizia o l’amore? Avremmo scelto di essere onesti o felici? Queste domande mi ronzavano in testa mentre Antonio proponeva brindisi sull’amicizia e affinché le mezze porzioni diventassero intere per tutti.

È stata tutta colpa mia. Io volevo più bene ad Antonio che a Gianni, ma con Gianni era diverso. Cercammo di spiegargli; lui ci rincorse sotto la pioggia. “Ti credevo buono e generoso” gli urlai. “E se semo stufati d’essere buoni e generosi!”. Con Gianni fu un bellissimo periodo, eravamo poveri ma felici. Andavamo spesso in bicicletta, anche sotto la pioggia; mi portava lui, ogni tanto lo portavo io. Era forte ed era ambizioso. Avevamo molti progetti: sposarci, comprarci una lambretta, avere dei bambini, ma non necessariamente in quest’ordine. Poi accadde qualcosa che lo portò lontano da me. Gianni non voleva solo partecipare, voleva essere protagonista; troppo aveva sofferto quando non poteva permettersi di entrare in un ristorante, anche modesto come il Re della mezza, senza aver fatto un “accurato preventivo di spesa”, come lo chiamava lui.

Ho sempre pensato che fu la sua grande ambizione a portarlo lontano da me, ad accettare le lusinghe di quel volgarotto arricchitto di Romolo Catenacci e della di lui figlia. Ci dividemmo a suon di schiaffi all’angolo di due strade, io andai per la mia e lui per la sua. Non gli portai rancore e non gliene porto. È la vita. Forse, se ripenso a ciò che mi disse quando lo rividi per la prima volta dopo 25 anni, fece più male a lui che a me. Ha avuto tutto dalla vita Gianni. Tutto, tranne la felicità.

Stefania Sandrelli in una scena tratta da C'eravamo tanto amati
Stefania Sandrelli in una scena tratta da C’eravamo tanto amati

Io a quel tempo cercavo ancora un modo per fare l’attrice. Ero ingenua e stupida: forse a vent’anni avevo anche il diritto di esserlo. Aver incontrato i miei tre cavalieri mi tenne per un po’ lontano dalle cattive compagnie. Alloggiavo in una piccola pensione, sembrava una caserma al femminile.
Fu lì che tentai di togliermi la vita. Fu patetico. Non contai quanti caffè mi fece bere Antonio per tenermi sveglia. Anche Nicola mi restò vicino; avevamo passato del tempo insieme, era così solo il povero Nicola… fu la replica di una recita che avevamo già fatto: io, Antonio e l’altro, ma lo spettacolo fu di minor successo e durò solo una sera.

Non è un mistero che Antonio e Gianni non si videro per 25 anni a causa mia. È tuttora il mio più grande rimpianto. Tutto quello che avevano condiviso in montagna, i loro ideali di libertà, la speranza in un futuro diverso, andò tutto in frantumi a causa mia. Allora non mi importò nulla o quasi, non mi resi conto di ciò che era veramente successo. Fu quando incontrai Antonio per non lasciarlo più che realizzai. Avevo privato questi due uomini della cosa più importante che avevano, gli avevo levato la cosa più profonda, l’unica cosa che forse contava davvero, mentre erano lassù in montagna, anzi forse era la cosa per la quale in fondo stavano combattendo. Non mi perdonerò mai per questo.

La vita poi prende la sua strada, certo. Non immaginavamo che Gianni fosse diventato quello che è diventato finché non lo vedemmo tuffarsi dal trampolino della sua piscina. Era lui, ma anche non era lui, sembrava diverso. Ma questo non cambia le cose, non cambia quell’ultima sera: Gianni, Nicola e Antonio, di nuovo al Re della Mezza; un regalo che hanno fatto a loro stessi, e sopratutto a me. Fu solo grazie a quell’ultima sera se i miei ricordi diventarono finalmente a colori.

Si erano incontrati un giorno per caso a Piazza del Popolo. Si abbracciarono con sincero affetto, ingrigiti ma contenti di come il Caso li avesse ricongiunti dopo averli tenuti separati: come due biglie impazzite avevano continuato per 25 anni a rimbalzare a destra e sinistra senza scontrarsi mai dentro quella piccola scatola che si chiamava Roma.
Antonio sinceramente gioiva; Gianni sinceramente mentiva.

Stefano Satta Flores, Vittorio Gassman e Nino Manfredi in C'eravamo tanto amati
Stefano Satta Flores, Vittorio Gassman e Nino Manfredi in C’eravamo tanto amati


Non potevano che ritrovarsi al “Re delle mezza porzione”, ancora una volta, ancora loro tre. Come se non fossero passati tutti quegli anni, come se non avessero già vissuto, come se fossero appena venuti giù da quella montagna. Ma ad ogni buon inizio segue sempre un finale non all’altezza; “il ricordo di quei giorni sempre uniti ci terrà” recitava la loro canzone, ma quella sera non bastò, prevalsero i risentimenti, le sconfitte, le frustrazioni.

Il futuro era passato e non se ne erano nemmeno accorti.

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