fbpx
I nostri social
Il monello

Anniversari

Il centenario de Il monello di Charlie Chaplin

Usciva un secolo fa Il monello, il film più dolorosamente autobiografico dell’immenso Charlie Chaplin.

Tempo di lettura: 10 minuti

Egli interpreta sempre se stesso, qual era nella sua triste giovinezza. Non riesce a uscire da queste esperienze e ancora oggi cerca una compensazione per le difficoltà e le umiliazioni di quei tempi.

Sigmund Freud, 26 marzo 1931.

Il 16 gennaio di un secolo fa vide la luce Il monello, primo lungometraggio di Charlie Chaplin. La pellicola, un prezioso documento per comprendere non solo il lato poeticamente più sovversivo di Chaplin, si offre anche come una finestra attraverso la quale scrutare nell’animo di un uomo già allora famosissimo eppure solo; già principe della risata ma, spesso, malinconico; già a quei tempi ricco, eppure tormentato dall’idea di essere rimasto un parvenu. Della vita, oltre che dello spettacolo.    

Dalle stalle alle stelle con un progetto impossibile

Pochi artisti hanno avuto modo di imprimere su pellicola una fetta tanto consistente della propria vita come ha fatto Charlie Chaplin. Un’infanzia difficilissima, la sua, irrimediabilmente segnata dalla morte del padre per alcolismo quando aveva undici anni, e da una madre – l’adorata Hanna, sfortunata donna di spettacolo – vittima di continui andirivieni da istituti di carità e ospizi. La natia South London tardo-vittoriana equivalse a miseria e fame, solitudine e freddo. E a qualche esibizione in cadenti teatri di vaudeville, più per sopravvivenza, che per velleità artistiche. Esule dalla tenerezza e dagli agi che l’età avrebbe dovuto riservargli, il piccolo Charlie svolse ogni tipo di mansione: soffiatore di vetro, venditore di fiori, tipografo, usciere, strillone. Alcuni per settimane. Altri, per pochi giorni. Alcuni, addirittura, per ore. Chaplin arrivò al cinema faticosamente, trascinando con sé questo bagaglio biografico malconcio e ingombrante.

L'entrata in scena di Charlot ne Il monello
L’entrata in scena di Charlot ne Il monello

Considerata tale marginalità, il suo rapido successo ebbe del miracoloso. Nel 1921, anno di uscita de Il monello, il pubblico conosceva già molto bene Charlot. E il Chaplin-regista intuì l’opportunità di dover fare di più. Essere di più. Il lungometraggio giungeva a conclusione di un’irresistibile parabola ascendente nella quale il vagabondo era andato incontro a un raffinamento poetico e stilistico intuibile già ai tempi della Keyston, sotto la guida di Mack Sennett. Stando a Chaplin, a quei tempi «il vagabondo era più libero e meno legato a una trama. Allora il suo cervello non lavorava quasi mai; funzionavano solo i suoi istinti, che miravano all’essenziale: un po’ di cibo, un po’ di calore e un tetto sulla testa».

Una scena tratta da Il monello
Una scena tratta da Il monello

Definitivamente affrancatosi dalla necessità di dover lavorare ad altrui condizioni, Chaplin sperimentò il lusso di una libertà incondizionata perché guadagnata. Il progetto avrebbe dovuto ribaltare il mantra sennettiano del “sii rapido, sii breve, sii buffo”, fuggendo le aride maglie mimiche dei chase film o, quantomeno, integrandole con un copione strutturato, ragionato. Al contrario della vulgata che riteneva l’introspezione poco affine alla subitaneità della comica, il suo film avrebbe dovuto essere emotivamente raffinato: «anche la farsa esige una psicologia estremamente rigorosa». In poche parole, avrebbe dovuto essere un film di Charles Spencer Chaplin, e il pubblico non avrebbe dovuto più dimenticarlo.     

L’apollineo e il dionisiaco: Chaplin demistificatore

L’impresa, a Chaplin, riuscì benissimo. Il monello si presentava formalmente come un melodramma, ma non mancava nulla dell’idea di cinema che Charlie era andato maturando sin dai suoi esordi: l’introspezione psicologica e la leggerezza; la mimica e il sentimento; l’autobiografismo e il lirismo della finzione poetica. Gravitando intorno a questi elementi potenzialmente antitetici, mise subito le cose in chiaro già con la prima sovrimpressione: «Un film con un sorriso – e, forse, una lacrima». Questa descrizione condensava una maturazione personale e poetica sbocciata nell’oscurità inconscia di un bambino nato povero, eppure già avvezzo all’arte: «In fondo alla via c’era un macello, e davanti casa nostra passavano le pecore. […] ne scappò una, e corse giù per la strada tra le risa degli astanti. Alcuni tentarono di acciuffarla, altri inciamparono e caddero per terra. Mi ero divertito un mondo alle capriole dell’animale, tanto sembrava comico il suo panico. Ma quando esso fu catturato e ricondotto al macello, compresi tutta la realtà della tragedia e corsi a casa da mia madre strillando e piangendo “L’ammazzano! L’ammazzano!. Per parecchi giorni non riuscii a dimenticare la buffa caccia […] e mi domando se non fu proprio quell’episodio a creare la premessa delle mie future opere cinematografiche: la combinazione di tragico e di comico».

Una scena tratta da Il monello
Una scena tratta da Il monello

Tanto ne Il monello quanto in tutta la sua produzione successiva, l’alternanza di questi due momenti, come l’apollineo e il dionisiaco, si cristallizza in un perfetto equilibrio che ha radici lontanissime. E forse inevitabili. Tutto, nel film, sgorga dalla miseria patita. Ogni snodo narrativo si dipana a partire dall’indigenza, rendendo Il monello probabilmente il più autobiografico dei film di Chaplin insieme a Luci della ribalta (1952). Nella sua South London avere un bambino era un costo, prima che una gioia. La mansarda che ospita il vagabondo e il bambino non doveva differire molto da quella che Charlie abitò insieme al fratellastro Sydney e alla madre.

Il monello

Eppure, in mezzo a tanta miseria, non si riesce a fare a meno di ridere. Anche quando il melodramma rischia pericolose e inusitate “derive antisentimentalistiche”. Una scena, su tutte, testimonia il peculiare approccio del regista al genere, quella in cui il vagabondo è tentato di gettare il trovatello in un tombino pur di disfarsene, poco dopo aver tentato di rifilarlo a un’altra madre ignara. L’oggettiva mostruosità del gesto, lungi dal provocare scontati orrori, rinsalda una già assodata empatia col miserabile galantuomo di Charlot, così corrodendo le strutture sentimentalistiche sottese al melodramma. Esplode così tutta la potenza del Chaplin demistificatore, che ne Il monello utilizza la comica non come fine bensì come dispositivo, atto a disinnescare l’orrido e servire latenti scopi di denuncia sociale.

L’A-Politica del vagabondo

Il monello permise al vagabondo di diventare adulto, e di tale maturazione si hanno conferme dal confronto con il mediometraggio Vita da cani (1918) che per soluzioni, tematiche e tono sembra prefigurarlo. Al posto del cagnolino compare un bambino, ma la funzione poetica è identica. Come identici sono i percorsi che il vagabondo e i suoi protégés compiono, o, in alternativa, dei quali sono vittime. Il cane, come l’orfanello, sono entrambi degli esclusi: l’uno dal branco, l’altro dalla vita “normale” di figlio, esattamente come lo fu Chaplin. E come lo è Charlot, alieno dalle sale da ballo di Vita da cani così come dalla rispettabilità borghese de Il monello. L’alterità della subalternità relega questi vinti nei bassifondi, dove a incontrarsi sono due solitudini e due esclusioni, prima ancora che due vite. È in quelle luride vie, letteralmente agli angoli delle strade – dove spesso si svolge l’azione – che il destino (non l’uomo) pare l’unico in grado di combinare incontri miracolosi. Il vagabondo allatta il cane come fa col bambino, si intenerisce per l’uno e per l’altro, e con entrambi giace spesso sulle soglie di case e locali ai quali non può accedere per colpa dello stesso, stavolta ingeneroso destino.

Charlot si contrappone alla legge ne Il monello
Charlot si contrappone alla legge ne Il monello

E se la varia umanità dei due film non fa una gran figura quanto a carità, non la fanno nemmeno quelle istituzioni che si presupporrebbero votate, se non proprio alla giustizia, quantomeno, appunto, alla carità. È ai loro rappresentanti che Chaplin mira benevolmente ne Il monello, palesando una vena anarcoide che si concretizza nella perenne contrapposizione all’agente di polizia (interpretato anche in Vita da cani da Tom Wilson) o ai servizi sociali. Che paradossalmente, nella loro legittima pretesa di salvare un bambino dalla fame e dal freddo, vengono a configurarsi come antagonisti. In nome del sentiment(alism)o, Chaplin destituisce queste figure di ogni umanità, rendendo la legalità un’ingiustizia nell’ennesimo, irriverente e irresistibile rovesciamento prospettico .

Jackie Coogan, feticcio o proiezione?

Il monello sancì soprattutto la nascita del mito del piccolo Jackie Coogan, il primo vero divo hollywoodiano in miniatura. Chaplin lo aveva notato al teatro Orpheum di Los Angeles mentre si esibiva col padre, e ne rimase rapito a tal punto da decidere di farne il proprio co-protagonista. Questi i dati certi. E poi c’è il mito, la leggenda. Come quella dell’idea seminale del film, che pare fosse venuta a Chaplin semplicemente pensando a Jackie dopo aver visto la sua esibizione: «Ero una miniera di idee. “Pensate al vagabondo che si guadagna la vita aggiustando finestre, e il monello che va in giro per le strade spaccando i vetri, e il vagabondo che finge di passare di lì per caso e si offre di ripararle!”». Le scene in questione sono in realtà anch’esse una diretta filiazione di Vita da cani, dove il vagabondo, nell’atto di scagliare un mattone all’interno del locale, si blocca improvvisamente e tenta di dissimulare appena la sua mano urta un poliziotto alle sue spalle.

Jackie Coogan nella celebre scena del pianto ne Il monello
Jackie Coogan nella celebre scena del pianto ne Il monello

È la celeberrima, intensissima scena del pianto del monello in procinto di essere portato via dagli assistenti sociali che ha contribuito in maniera decisiva alla mitizzazione del film. Sono immagini che costituiscono uno dei punti cruciali tanto della pellicola, quanto della sensibilità artistica (ed emotiva) dell’uomo-Chaplin. Secondo il quale quelle lacrime sgorgarono non senza difficoltà, e solo dopo l’intervento del padre di Jackie, che pare lo avesse minacciato di allontanarlo dallo studio per spedirlo davvero in ospizio. Diversa invece, e più romantica, la versione di Coogan: «La scena del pianto, quando vengo portato via dall’assistente sociale… Chaplin mi dirigeva, e mentre lo faceva piangeva anche lui. Lo faceva fisicamente e mentalmente, perché io lo imitassi». Non sapremo mai quale versione sia autentica, anche se probabilmente l’una non esclude l’altra. Di certo non è peregrino ipotizzare che Chaplin, in quegli istanti, non facesse altro che mettere in scena il proprio patimento degli anni londinesi, costretto a separarsi da una madre forse pazza, forse malata. O forse, semplicemente, emarginata. Charlie, grazie al miracolo del cinema, si spogliava della sua identità e la cuciva a misura del piccolo Jackie, ormai una sua proiezione nel campo dove la finzione filmica cominciava a trascolorare verso il sogno, l’auspicio, l’idillio.    

Riannodare i fili del destino

Per tutta la vita Charlie Chaplin fu perseguitato dal dolore di un ricordo materno indissolubilmente legato tanto alla povertà quanto allo spettacolo. L’aneddoto della sua prima apparizione su un palcoscenico odora di mistica predeterminazione: «Ricordo che mi trovavo fra le quinte quando la voce di mia madre si ruppe e si ridusse a un mormorio. Il pubblico cominciò a ridere […] era profondamente scossa ed ebbe una discussione col direttore il quale, avendomi visto recitare davanti agli amici di mia madre, propose di mandarmi in scena al posto suo. […] Quella sera segnò la data della mia prima esibizione in teatro e dell’ultima di mia madre». Ed è in quest’episodio, che tanto da vicino ricorda quello della scoperta del piccolo Coogan, che riposa forse il più recondito meccanismo di tutta l’arte chapliniana, fatta di un connubio inestricabile e talvolta imperscrutabile tra finzione e vita.

La scena finale de Il monello: idillio negato?
La scena finale de Il monello: idillio negato?

Tornando all’ideale prologo de Il monello, è già nelle immagini finali di Vita da cani che Chaplin mette in scena il suo auspicio di avere una famiglia felice e prospera, poco importa che al posto dei bambini figuri una cucciolata. Il meccanismo viene doppiato ne Il monello, dove un Chaplin stavolta meno ottimista lascia solo intendere la possibilità di una famiglia allargata – e ricca – con la madre del monello diventata ormai una celebrità. È un Chaplin, questo, che riprende i fili del destino, riannodandoli a suo modo. Che assegna alla Purviance il ruolo di (sua?) madre, donna di spettacolo che adesso, finalmente, è riuscita a guadagnare il posto che merita; un po’ come se non fosse mai scesa da quel palco, inconsapevole di aver dato il alla carriera del figlio. Che assegna a Jackie Coogan il (suo?) ruolo di figlio, riversando in lui tutti i sogni infantili di avere una famiglia normale, così come tutti i gravami di dover provvedere spesso da solo al sostentamento della madre. E non è un caso che il monello, in una paradossale inversione dei ruoli, funga spesso da figura genitoriale nei confronti del vagabondo, arrivando persino a discutervi come un socio d’affari per capire quali strade percorrere e quali finestre distruggere. È un Chaplin che infine riserva per se stesso il ruolo di padre, colmando un’assenza mai patita troppo in realtà, ma che trova sbocco nell’evanescenza finale del ruolo di Charlot stesso, che, esattamente come suo padre, rimane poco più di un comprimario nel ritrovato (agognato) idillio di una madre col proprio figlio.

Quel che resta del sogno

Le scene oniriche de Il monello restituiscono la perfetta fotografia dell’animo tormentato di Chaplin. Ciò che c’è di quintessenziale sta non in ciò che le immagini mostrano, ma in ciò che non riescono proprio a nascondere. Palesando, in questo modo, tutto il dolente, malinconico scetticismo di un uomo tormentato, assillato dai patimenti dell’infanzia. Al di sotto dei costumi angelici, infatti, quasi tutti i personaggi esibiscono abiti più che rispettabili, e gli unici a far eccezione sono proprio il vagabondo e il monello, con ancora indosso quelle scarpe troppo malridotte e quei vestiti lisi. È come se Chaplin continuasse, imperterrito, a replicare le afflizioni terrene anche nel regno dei cieli, compresi i conati anarchici (ancora una volta, la polizia è la nemica dalla quale il vagabondo tenta di sfuggire o di difendersi, sebbene finisca rovinosamente ucciso), l’isolamento dal resto dell’umanità e le delusioni amorose. La povertà, Chaplin, la portò dentro per tutta la vita.

Una scena tratta da Il monello
Una scena tratta da Il monello

Forse aveva ragione Sigmund Freud: è impossibile dimenticare, e forse è inevitabile cercare nell’arte un meccanismo di compensazione. Nemmeno la finzione filmica consentì a Chaplin di smettere di sentirsi un parvenu. Genio insicuro, anche da star affermata egli non smise di indossare quei suoi grossi scarponi sformati e sfondati. Gli stessi che da piccolo aveva visto ai piedi di tanti, troppi mendicanti di Londra, costretti all’andatura claudicante dai calli che la vita aveva procurato loro e che lui portava sullo schermo. Charlie li indossò realmente, e li tenne, alla fine, per sempre. Il monello non fu solo il suo primo lungometraggio. Fu anche una fotografia, una confessione, una compensazione, una liberazione. E, cosa più importante, fu con ogni probabilità un capolavoro.

Leggi anche: Il grande dittatore, l’impresa titanica di Charlie Chaplin

Seguici su Facebook e su Twitter!

1 Commento

1 Comment

  1. Giuseppe Piazza

    16 Gennaio 2021 at 18:28

    Ottimo.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

CELLULOIDE – Il Podcast di Ultima Razzia

Sostieni Ultima Razzia

Donazioni sidebar

Informazioni Personali

Totale Donazione: €100,00

Seguici su Facebook

Iscriviti al nostro canale Telegram

Telegram

Seguici su Instagram

Loading...

Ultimi articoli

Leggi anche...

Woody Allen Woody Allen

Le 10 citazioni più famose tratte dai film di Woody Allen

Cinema

Il principe cerca figlio Il principe cerca figlio

Le novità Amazon Prime Video di marzo 2021

Amazon Prime Video

Golden Globe Golden Globe

Golden Globe 2021: i premiati, le sorprese e gli snobbati

Cinema

The Martian, film ambientato su Marte The Martian, film ambientato su Marte

Quando il cinema va su Marte: 10 film ambientati sul Pianeta Rosso

Cinema

Connect