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Ammonite e l’astensione verbale al servizio del racconto

“Ammonite” vuole calare un personaggio di estrema importanza realmente esistito in un contesto altro, e per tale intento è un film semplice ma al contempo speciale.

Tempo di lettura: 4 minuti

Ammonite, il secondo lungometraggio del regista britannico Francis Lee, subisce forse più di tutti l’indisponenza di un 2020 ostile: inizialmente pensato per esser presentato alla 73esima edizione del Festival di Cannes – rimandato causa emergenza sanitaria – scivola silenziosamente tra i titoli del Telluride Film Festival, e sopravvissuta anche all’annullamento di quest’ultimo, la pellicola viene sgravidata al Toronto Film Festival. In Italia è stato preventivamente presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, data l’angustiata intermittenza delle sale cinematografiche.

Il frottage narrativo di Ammonite

Ammonite potrebbe essere riassunto come l’incontro di due menti sofferenti e bisognose d’affetto, ma così facendo ne andremmo a sterminare il motore d’azione primo del film. Lee sceglie la paleontologa Mary Anning – della cui esistenza abbiamo prove manifeste, come l’integro scheletro di ittiosauro ‘incatenato’ nel British Museum – e su di essa ricalca un frottage narrativo immaginario, una relazione con Charlotte Murchison, anch’essa realmente esistita, ma che nella vita di Mary non ha ricoperto nient’altro che il ruolo di amica.

Ammonite

Scorta il racconto, passo dopo passo, la fotografia di Stephane Fontaine, funzionalmente essenziale e quiescente come quella di Jackie e Un sapore di ruggine e ossa, ma mai, in alcun modo, scialba o distratta. La presenza dei soli colori freddi, oltre a rappresentare una scelta obbligata per descrivere le coste del Dorset, duplica visivamente l’immateriale stato d’animo di Mary, costretta ad un regresso sterile – da paleontologa a mera realizzatrice di souvenir per turisti – e ad una monotonia talmente frustrante da provocare una frastornante derealizzazione. Un’impresa coraggiosa e discretamente riuscita quella della Fontaine, di creare un ponte tra l’esterno e l’interno, tra l’ambiente e la coscienza, tra la concretezza e la spiritualità.

L’astensione verbale al servizio del racconto

L’atteggiamento stoico e statuario di Mary è magnetico, e al contempo stesso è sorprendentemente rivoluzionario nell’attivarsi per prendersi cura di Charlotte e della sua depressione latente vissuta con intensi picchi sistolici. La concatenazione tra le due è inevitabile, perché alla fine chi ha bisogno di accudire ha, a sua volta, bisogno di essere accudito. Non a caso la carnale epentesi dei corpi arriva dopo più della metà dall’inizio del film, perché il nucleo di Ammonite è sostanzialmente la sintonia spirituale tra le due, che è viva e vegeta, nonostante non venga raccontata in maniera poi così lampante.

Il punto di forza per stimolare (in)consciamente lo spettatore è proprio l’alienazione dagli espedienti retorici palesata attraverso il complesso di singulti, spasmi controllati e di quegli sguardi bolsi che Charlotte e Mary si riservano, invisibile estensione dei loro timidi desideri. E tuttavia il contatto con una sceneggiatura laconica arriva proprio come un cozzo violentissimo a chi ancora non sa ben gestire l’horror vacui verbale e che aspetta intrepido l’arrivo del libretto d’opera per seguire meglio il film.

Tutto frutto di un progetto premeditato e bilanciato, alla scarsezza dei dialoghi il regista contrappone una matrice sonora che prolifera direttamente dalla natura (lo scroscio delle onde del mare sulle rocce, il volo degli uccelli, il sibilo del vento), quel luogo al quale l’essere umano tende sempre quando ha bisogno di incontrarsi con il suo io più profondo e che nel caso di Mary ne rappresenta rifugio, stimolo, accoglienza ed esaltazione.

Ammonite

Troppo spesso si bypassa completamente l’intenzionalità con la quale si sceglie consapevolmente una tecnica narrativa piuttosto che un’altra; e sì, una sceneggiatura poco scorrevole e vacante come quella di Ammonite può in alcuni momenti anche disturbare, ma contemporaneamente Lee ci onora con il migliore dei presenti, lasciandoci generosamente la possibilità di pennellare di fantasia i pensieri sincopati ed evanescenti dei due personaggi, sfoderando un’interpretazione personale dei loro silenzi.

Tra interpretazione e chiave di lettura del film

Se Ammonite avesse voluto incensare la persona di Mary Anning e del suo sottostimato lavoro, avrebbe assunto la forma di biopic come Radioactive che lascia spazio solo ad una ricostruzione pedissequa di quelli che gergalmente definiremmo ‘vita, morte e miracoli’ di Marie Curie; restano l’opzione del reclamo contro la discriminazione delle donne e del cantico di incoraggiamento per la comunità LGBTQ+, ma la leggerezza (voluta) con la quale Lee carezza soltanto questi temi racconta un altro intento. Ammonite vuole (solo) calare un personaggio (di estrema importanza) realmente esistito in un contesto altro, e per tale motivo è un film semplice ma al contempo speciale.

E’ chiaro che si ricerca in questo ibrido narrativo, tra realtà e fantasia, un modo se non per diversificarsi, almeno per impattare con una sfilza di titoli che hanno già raccontato di un amore omosessuale tra due donne: abbiamo Carol, Disobedience, La vita di Adele, Chloe, ed il più recente, scottante e tremendamente affine Ritratto della giovane in fiamme, con il quale Ammonite condivide nolente anche il periodo in cui la storia è ambientata.

Con Ammonite abbiamo l’occasione per prendere il film così, com’è venuto, godendo di ciò che più ci ha colpito, senza troppe speculazioni approfondite. E’ sicuramente da elogiare, nei limiti del giusto, uno starter pack attoriale eterogeneo e adeguato. Un personaggio impassibile ed abulico Kate Winslet l’aveva già interpretato in The Rearder – A voce alta: una figura, quella di Hanna Schmitz, molto più studiata e frastagliata a tal punto da portarla alla vittoria agli Oscar del 2009; Saoirse Ronan, invece, si è dimostrata particolarmente pronta ed agile nel corso di quest’ultimo lustro, alternando personaggi impegnati a comiche macchiette, passando anche per un biopic, quello di Maria Regina di Scozia, ma avendo già da tempo rivelato la sua poliedricità, ormai nessuna nuova interpretazione è degna di nota.

Il film è spesso pescato dal cappello magico quando si tratta di previsioni per gli Oscar 2021, e tutto sommato potrebbe effettivamente essere in lizza per miglior attrice protagonista, mentre per miglior film sembra improbabile, data la copiosa competizione di titoli che hanno saputo riscuotere molto più successo. Ma come sempre tariamo i commenti, teniamo le dita incrociate per i nostri preferiti e accogliamo a braccia aperte ogni possibile virata da parte degli Academy.

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